Violenza sulle donne, la criminologa: "La crescita deve essere sociale"

Mercoledì, 25 Novembre 2020 12:43 | Letto 168 volte   Clicca per ascolare il testo Violenza sulle donne, la criminologa: "La crescita deve essere sociale" È il 21esimo anno che si celebra, oggi, la Giornata internazionale per leliminazione della violenza contro le donne. Una ricorrenza istituita dallAssemblea generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999. Una occasione non solo per conoscere i dati registrati dai centri antiviolenza della provincia nellultimo anno, ma anche per guardare al fenomeno da un altro punto di vista: quello degli uomini maltrattanti che sono seguiti nelle Marche dalla criminologa Antonella Ciccarelli, allinterno del progetto VOCE (acronimo ci Violenza, Offesa, Cura, Emancipazione).Abbiamo cominciato a lavorare con la violenza di genere da più di cinque anni - dice Elisa Giusti, responsabile del CAV di Macerata e socia della cooperativa Il Faro, intervistata da Carla Campetella - . Questanno però è una situazione molto particolare: ci sono sempre molti casi, ma il Covid ha portato un aumento considerevole delle chiamate sia al 1522 che ai centri antiviolenza territoriali. Noi come centro Sos donna abbiamo avuto fino ad oggi 151 contatti. 116 sono state le prese in carico, quindi donne che dopo un primo contatto telefonico hanno chiesto accoglienza, consulenza legale o accompagnamento presso altri servizi. Nel lockdown cè stato un freno rispetto allaccoglienza che abbiamo risolto attraverso le videochiamate e in questo periodo stanno ricominciando le richieste delle vidochiamate. La maggior parte delle donne che chiamano - dice - ha una età media dai 30 a i 50 anni, per la maggior parte sono italiane e con una occupazione, spesso precaria.Ma a ribadire quanto sia importante cambiare la società per arginare il problema è Anna Ciccarelli: Coordino questo progetto rivolto agli uomini maltrattanti allinterno la Cooperativa Polo 9 di Ancona  -dice - ed emergono storie e spaccati che ci ricordano con forza che il lavoro di prevenzione e contrasto alla violenza deve tenere conto di quelli che sono gli stereotipi rispetto alla cultura tra uomo e donna. La violenza che noi vediamo nei rotocalchi è la coda della violenza, solo perchè assistiamo al femminicidio o a episodi molto forti, ma la violenza comincia molto prima. Proprio per questo dovremmo, come società, essere attenti al linguaggio, alla comunicazione a tutte quelle forme che non fanno altro che dare il passo alla violenza nella relazione di coppia. Questo lo osserviamo anche negli incontri di gruppo, che ormai da qualche mese faciamo online, con gli uomini che accedono al nostro progetto. Accedono volontariamente, magari spinti da un giudice che prescrive loro un programma, o da un servizio sociale che ha sospeso gli incontri con i figli. Quando arrivano lo fanno con una posizione che risente una ingiustizia e noi lavoriamo sul senso di responsabilità dei loro gesti. Cosa eventualmente potevano cambiare nella relazione o nel rapporto. E un lavoro certosino perchè partiamo dalla cultura che vede luomo rispondere ad una provocazione. Credo che su questo la società debba costruire una attenzione sociale e far valere le leggi che ci sono per insistere di più, altrimenti questo rischio non riesce a scomparire da solo.   Ci vorranno anni, dunque, per vedere i risultati ottenuti al termine del percorso, ma intanto, lesortazione della criminologa è quella di lavorare su tutta la società: Cè ancora da fare un lavoro enorme. Non ci dimentichiamo che noi veniamo da una condizione culturale che fino al 1963 vedeva le donne non poter accedere alla Magistratura. Veniamo da una cultura che fino al 1981 riconosceva il diritto donore e fino al 1996 la violenza sessuale era definita una violenza contro la morale e lordine pubblico, non sulla persona. Negli anni le leggi hanno permesso una cultura rispetto ad unaltra. Se tutti insieme non facciamo uno sforzo per trasformare gli insegnamenti, il linguaggio, le immagini che compaiono sui testi scolastici, sarà molto dura. La battaglia non può essere - conclude -  solo dalla parte di chi soccorre la donna vittima o luomo maltrattante. Limpegno ci deve vedere tutti coinvolti.GSCC
È il 21esimo anno che si celebra, oggi, la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. Una ricorrenza istituita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999. 
Una occasione non solo per conoscere i dati registrati dai centri antiviolenza della provincia nell'ultimo anno, ma anche per guardare al fenomeno da un altro punto di vista: quello degli uomini maltrattanti che sono seguiti nelle Marche dalla criminologa Antonella Ciccarelli, all'interno del progetto VOCE (acronimo ci Violenza, Offesa, Cura, Emancipazione).

"Abbiamo cominciato a lavorare con la violenza di genere da più di cinque anni - dice Elisa Giusti, responsabile del CAV di Macerata e socia della cooperativa Il Faro, intervistata da Carla Campetella - . Quest'anno però è una situazione molto particolare: ci sono sempre molti casi, ma il Covid ha portato un aumento considerevole delle chiamate sia al 1522 che ai centri antiviolenza territoriali. Noi come centro 'Sos donna' abbiamo avuto fino ad oggi 151 contatti. 116 sono state le prese in carico, quindi donne che dopo un primo contatto telefonico hanno chiesto accoglienza, consulenza legale o accompagnamento presso altri servizi. Nel lockdown c'è stato un freno rispetto all'accoglienza che abbiamo risolto attraverso le videochiamate e in questo periodo stanno ricominciando le richieste delle vidochiamate. La maggior parte delle donne che chiamano - dice - ha una età media dai 30 a i 50 anni, per la maggior parte sono italiane e con una occupazione, spesso precaria".

Ma a ribadire quanto sia importante cambiare la società per arginare il problema è Anna Ciccarelli: "Coordino questo progetto rivolto agli uomini maltrattanti all'interno la Cooperativa Polo 9 di Ancona  -dice - ed emergono storie e spaccati che ci ricordano con forza che il lavoro di prevenzione e contrasto alla violenza deve tenere conto di quelli che sono gli stereotipi rispetto alla cultura tra uomo e donna. La violenza che noi vediamo nei rotocalchi è la coda della violenza, solo perchè assistiamo al femminicidio o a episodi molto forti, ma la violenza comincia molto prima. Proprio per questo dovremmo, come società, essere attenti al linguaggio, alla comunicazione a tutte quelle forme che non fanno altro che dare il passo alla violenza nella relazione di coppia.
Questo lo osserviamo anche negli incontri di gruppo, che ormai da qualche mese faciamo online, con gli uomini che accedono al nostro progetto. Accedono volontariamente, magari spinti da un giudice che prescrive loro un programma, o da un servizio sociale che ha sospeso gli incontri con i figli. Quando arrivano lo fanno con una posizione che risente una ingiustizia e noi lavoriamo sul senso di responsabilità dei loro gesti. Cosa eventualmente potevano cambiare nella relazione o nel rapporto. E' un lavoro certosino perchè partiamo dalla cultura che vede l'uomo rispondere ad una provocazione. Credo che su questo la società debba costruire una attenzione sociale e far valere le leggi che ci sono per insistere di più, altrimenti questo rischio non riesce a scomparire da solo".
 
Ci vorranno anni, dunque, per vedere i risultati ottenuti al termine del percorso, ma intanto, l'esortazione della criminologa è quella di lavorare su tutta la società: "C'è ancora da fare un lavoro enorme. Non ci dimentichiamo che noi veniamo da una condizione culturale che fino al 1963 vedeva le donne non poter accedere alla Magistratura. Veniamo da una cultura che fino al 1981 riconosceva il diritto d'onore e fino al 1996 la violenza sessuale era definita una violenza contro la morale e l'ordine pubblico, non sulla persona. Negli anni le leggi hanno permesso una cultura rispetto ad un'altra. Se tutti insieme non facciamo uno sforzo per trasformare gli insegnamenti, il linguaggio, le immagini che compaiono sui testi scolastici, sarà molto dura. La battaglia non può essere - conclude -  solo dalla parte di chi soccorre la donna vittima o l'uomo maltrattante. L'impegno ci deve vedere tutti coinvolti".

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