Coronavirus, la letteratura insegna a restare umani. Non vi fermate al titolo

Mercoledì, 26 Febbraio 2020 10:14 | Letto 1362 volte   Clicca per ascolare il testo Coronavirus, la letteratura insegna a restare umani. Non vi fermate al titolo Le parole che il dirigente scolastico del liceo Volta di Milano, Domenico Squillace, ha scritto ai suoi studenti dopo la chiusura delle scuole in Lombardia assumono un aspetto ancora più interessante nelle Marche dove, da lunedì, Regione e Governo giocano a braccio di ferro per decidere se tenere le scuole aperte o chiuse. E nel marasma della diffusione di notizie, siamo noi giornalisti i primi ad accorgerci che oggi la piazza della rete non è poi così diversa da quella del Duomo nel 1630 che Alessandro Manzoni descrive nel 31esimo capitolo de I Promessi Sposi. Dentro quelle pagine - scrive il preside - c’è già tutto, la certezza della pericolosità degli stranieri, lo scontro violento tra le autorità, la ricerca spasmodica del cosiddetto paziente zero, il disprezzo per gli esperti, la caccia agli untori, le voci incontrollate, i rimedi più assurdi, la razzia dei beni di prima necessità, l’emergenza sanitaria. Non sta a me valutare l’opportunità del provvedimento di chiusura delle scuole, non sono un esperto né fingo di esserlo, rispetto e mi fido delle autorità e ne osservo scrupolosamente le indicazioni, quello che voglio però dirvi è di mantenere il sangue freddo, di non lasciarvi trascinare dal delirio collettivo. Uno dei rischi più grandi in vicende del genere, ce lo insegnano Manzoni e forse ancor più Boccaccio, è l’avvelenamento della vita sociale, dei rapporti umani, l’imbarbarimento del vivere civile. L’istinto atavico quando ci si sente minacciati da un nemico invisibile è quello di vederlo ovunque, il pericolo è quello di guardare ad ogni nostro simile come ad una minaccia, come ad un potenziale aggressore.Parole che suonano come una sirena di allarme tra la folla che nelle piazze, reali e della rete, si scontra alla ricerca della verità. Parole capaci di fermare il tempo e lo spazio e che dovrebbero costringerci a rallentare per cominciare a ragionare sui motivi per cui il Coronavirus abbia monopolizzato linformazione nazionale ed internazionale.Parole che servano a farci capire che Manzoni la peste non laveva vista, ma aveva studiato documenti su documenti per descriverne la psicosi, la follia che si accaniva contro gli stranieri. Mentre Boccaccio, anche lui citato dal preside, aveva visto morire anche suo padre per la peste, tanto da riuscire a descrivere appieno la distruzione del vivere civile, quando lodio era ed è ormai insito in chiunque contro chiunque. Dove gli uomini erano e sono gli uni contro gli altri. E lappello a restare umani, nelle piazze reali e della rete, arriva proprio dalle opere di questi due grandi scrittori che, rispettivamente, uno con I Promessi Sposi, la fede e la cultura, laltro con il Decameron e la buona civiltà, anche a distanza di centinaia di anni, insegnano che la peste o il Coronavirus vincono solo se decidiamo di cadere nella loro trappola.Giulia Sancricca
Le parole che il dirigente scolastico del liceo Volta di Milano, Domenico Squillace, ha scritto ai suoi studenti dopo la chiusura delle scuole in Lombardia assumono un aspetto ancora più interessante nelle Marche dove, da lunedì, Regione e Governo giocano a braccio di ferro per decidere se tenere le scuole aperte o chiuse.
E nel marasma della diffusione di notizie, siamo noi giornalisti i primi ad accorgerci che oggi la piazza della rete non è poi così diversa da quella del Duomo nel 1630 che Alessandro Manzoni descrive nel 31esimo capitolo de I Promessi Sposi.
"Dentro quelle pagine - scrive il preside - c’è già tutto, la certezza della pericolosità degli stranieri, lo scontro violento tra le autorità, la ricerca spasmodica del cosiddetto paziente zero, il disprezzo per gli esperti, la caccia agli untori, le voci incontrollate, i rimedi più assurdi, la razzia dei beni di prima necessità, l’emergenza sanitaria. 
Non sta a me valutare l’opportunità del provvedimento di chiusura delle scuole, non sono un esperto né fingo di esserlo, rispetto e mi fido delle autorità e ne osservo scrupolosamente le indicazioni, quello che voglio però dirvi è di mantenere il sangue freddo, di non lasciarvi trascinare dal delirio collettivo.
Uno dei rischi più grandi in vicende del genere, ce lo insegnano Manzoni e forse ancor più Boccaccio, è l’avvelenamento della vita sociale, dei rapporti umani, l’imbarbarimento del vivere civile. L’istinto atavico quando ci si sente minacciati da un nemico invisibile è quello di vederlo ovunque, il pericolo è quello di guardare ad ogni nostro simile come ad una minaccia, come ad un potenziale aggressore".

Parole che suonano come una sirena di allarme tra la folla che nelle piazze, reali e della rete, si scontra alla ricerca della verità.
Parole capaci di fermare il tempo e lo spazio e che dovrebbero costringerci a rallentare per cominciare a ragionare sui motivi per cui il Coronavirus abbia monopolizzato l'informazione nazionale ed internazionale.
Parole che servano a farci capire che "Manzoni la peste non l'aveva vista, ma aveva studiato documenti su documenti per descriverne la psicosi, la follia che si accaniva contro gli stranieri". Mentre Boccaccio, anche lui citato dal preside, aveva visto morire anche suo padre per la peste, tanto da riuscire a descrivere appieno la distruzione del vivere civile, quando l'odio era ed è ormai insito in chiunque contro chiunque.
Dove gli uomini erano e sono gli uni contro gli altri.
E l'appello a restare umani, nelle piazze reali e della rete, arriva proprio dalle opere di questi due grandi scrittori che, rispettivamente, uno con I Promessi Sposi, la fede e la cultura, l'altro con il Decameron e la buona civiltà, anche a distanza di centinaia di anni, insegnano che la peste o il Coronavirus vincono solo se decidiamo di cadere nella loro trappola.

Giulia Sancricca

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