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Addio all'alpino Mario Cipollari

Mercoledì, 12 Giugno 2013 02:00 | Letto 3742 volte   Clicca per ascolare il testo Addio all'alpino Mario Cipollari Solo Giulio Bedeschi potrebbe descrivere  le vicende dellalpino Mario Cipollari, classe 1918, scomparso a Caldarola l8 giugno 2013 col suo libro  “Centomila gavette di ghiaccio” dove viene rievocata la ritirata di Russia, durante la quale ben centomila soldati italiani perirono combattendo o soccombendo al freddo e alla fame. Ho ascoltato dalla viva voce di Mario quella storia,  quando sul fiume Don  ripiegava la sua colonna nellaprirsi un varco nelle sacche sulla neve di Russia nellinverno 1942-1943 e i patimenti  varcavano i limiti della capacità di sopportazione umana, oltre i quali saffacciava, quasi a sollievo, la morte. Lo sapeva Mario, quando trascinò, incoraggiandolo, il commilitone Nello Mosciatti di Casteraimondo e lo convinse, seppur stremato, a riprendere il cammino, pur con i piedi congelati e le mani irrigidite, mentre il dannato vento della steppa rallentava landatura  e sollevava con le sue folate la neve color cinerina  come polvere sui pastrani e i passamontagna. Erano uomini, parevano bruti, vivi solamente per il proprio dolore. Stanchezza, fame, sete, freddo, sonno: cinque elementi dinferno in quellorizzonte cancellato dallimplacabile biancore della neve.  Mario, ormai salvo, cullato dalla  nenia che saliva dalle rotaie, sulla paglia dei carri-bestiame che lo riportava in Italia, di quella tragedia, a cui poi si aggiunsero anni di prigionia in Germania, ha sempre conservato lorgoglio di un dovere compiuto.  Quando muore un alpino dicono che le stellette della giubba si staccano e vanno a formare le stelle nel firmamento dItalia; a questo aggiungo  la parabola dei talenti,  moltiplicati in vita da Mario Cipollari  da consegnare a Cristo, sulla falsariga di  don Turla, che ha vissuto  la stessa tragedia  “7 rubli per il cappellano”.                                                                    Eraldo Pittori   

Solo Giulio Bedeschi potrebbe descrivere  le vicende dell'alpino Mario Cipollari, classe 1918, scomparso a Caldarola l'8 giugno 2013 col suo libro  “Centomila gavette di ghiaccio” dove viene rievocata la ritirata di Russia, durante la quale ben centomila soldati italiani perirono combattendo o soccombendo al freddo e alla fame. Ho ascoltato dalla viva voce di Mario quella storia,  quando sul fiume Don  ripiegava la sua colonna nell'aprirsi un varco nelle sacche sulla neve di Russia nell'inverno 1942-1943 e i patimenti  varcavano i limiti della capacità di sopportazione umana, oltre i quali s'affacciava, quasi a sollievo, la morte. Lo sapeva Mario, quando trascinò, incoraggiandolo, il commilitone Nello Mosciatti di Casteraimondo e lo convinse, seppur stremato, a riprendere il cammino, pur con i piedi congelati e le mani irrigidite, mentre il dannato vento della steppa rallentava l'andatura  e sollevava con le sue folate la neve color cinerina  come polvere sui pastrani e i passamontagna. Erano uomini, parevano bruti, vivi solamente per il proprio dolore. Stanchezza, fame, sete, freddo, sonno: cinque elementi d'inferno in quell'orizzonte cancellato dall'implacabile biancore della neve.  Mario, ormai salvo, cullato dalla  nenia che saliva dalle rotaie, sulla paglia dei carri-bestiame che lo riportava in Italia, di quella tragedia, a cui poi si aggiunsero anni di prigionia in Germania, ha sempre conservato l'orgoglio di un dovere compiuto.  Quando muore un alpino dicono che le stellette della giubba si staccano e vanno a formare le stelle nel firmamento d'Italia; a questo aggiungo  la parabola dei talenti,  moltiplicati in vita da Mario Cipollari  da consegnare a Cristo, sulla falsariga di  don Turla, che ha vissuto  la stessa tragedia  “7 rubli per il cappellano”.

                                                                   Eraldo Pittori 

 

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